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Tutti a casa: bocciati. Ma non gli studenti, questa volta sono i
professori con le orecchie da asino. Soluzione estrema, quella messa in
pratica dalla direzione di una scuola americana del Rhode Island, la
Central Falls Senior High School, difficilmente - purtroppo - imitabile da
ogni altro istituto che presenta problemi analoghi. Tuttavia una decisione
istruttiva.
Se tutti gli studenti di una classe danno scadenti risultati,
i casi sono due: o l’indisciplina generale è così alta da impedire ai
professori di insegnare, oppure sono i professori stessi incapaci di
insegnare. Ma andrebbe anche osservato che se un docente non è in grado di
tenere la disciplina, il più delle volte significa che non sa incuriosire
e motivare all’apprendimento i propri allievi.
Negli Stati Uniti le scuole migliori, quelle che funzionano,
sono private e per potersi iscrivere si devono pagare tasse non
indifferenti. Di qui le giuste pretese dei genitori e la conseguente
concorrenza tra istituti per cercare di offrire ai loro utenti la
formazione migliore. Può stupire e fare notizia, allora, il licenziamento
in blocco di tutti i docenti di una stessa scuola, ma non certo
l’allontanamento di uno o due professori: cosa assai frequente.
Negli ordinamenti italiani i docenti sono figure inamovibili:
godono di protezioni sindacali fortissime che ne garantiscono il posto di
lavoro, e la loro preparazione non viene mai realmente e seriamente
verificata. Se gli studenti di un’intera classe sono somari di regola la
colpa è loro, mai degli insegnanti.
Però è sotto gli occhi dei genitori che hanno figli in età
scolare l’estrema differenza tra insegnanti, anche nello stesso istituto,
per cui, ad esempio, se il ragazzo capita nella sezione B potrà avere una
buona istruzione, se finisce nella A, saranno dolori. Adesso non mi si
venga a dire che è sempre stato così. Semmai erano le scuole, nel loro
complesso, che marcavano le differenze, per cui si sapeva che al «Parini»
c’era una determinata disciplina e una certa didattica, mentre al
«Manzoni» un’altra. E questa differenza era gestita, e tenuta sotto
controllo, dal preside che orientava, secondo la tradizione dell’istituto
e le proprie convinzioni personali, il corpo docente.
Oggi siamo invece nell’anarchia: ci sono insegnanti ottimi,
pochi, che danno l’anima per preparare i propri studenti e altri ignoranti
e menefreghisti. Ma tutti hanno le stesse responsabilità, tutti gli stessi
stipendi (qui le differenze sono risibili e quasi ingiuriose), tutti
inamovibili, anche se precari: la precarietà è soltanto dovuta all’assenza
del ruolo in una sede fissa, non alla verifica da effettuare delle
capacità didattiche e del bagaglio scientifico.
Il problema fondamentale della scuola italiana non è
l’aggiornamento dei programmi e dei percorsi formativi, ma la preparazione
dei docenti, la selezione e la rigorosa verifica delle loro capacità. Non
è un caso che una seria e accettata statistica ci informi che, nella
graduatoria internazionale, la prima università italiana (Bologna) occupi
il centosettantunesimo posto. Non esistono parametri omogenei per
comparare le scuole medie e superiori italiane con quelle di altri Paesi,
ma è facile supporre che, se mai ci fossero quei parametri, i risultati
sarebbero sconfortanti.
Così non è un caso che le iscrizioni alle scuole private
siano in vertiginoso aumento. Questi istituti non sono più, come un tempo,
scuole che prevalentemente avevano il compito di salvare i somari dalle
bocciature che si beccavano nelle scuole pubbliche. Oggi c’è la richiesta
sempre più ampia di un’istruzione di buon livello, e presidi e rettori di
istituti privati sono in grado di poterlo offrire perché sono svincolati
da lacci burocratici e sindacali: possono mandar via insegnanti incapaci e
assumerne di bravi.
Se il privato è il destino della scuola italiana, non me ne
rallegro, però, se non si metterà mano ad una seria, intransigente
riqualificazione del nostro corpo docente che annulli i privilegi
sindacali ostili alle differenze di merito, ben vengano i direttori che
rispediscono a casa, bocciati, gli insegnanti, e si lascino alla loro
gestione privata scuole e università, in una competizione che sicuramente
solleverà il livello dell’istruzione dalle umilianti posizioni in cui oggi
è relegata.
Stefano Zecchi
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