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Addirittura a costo zero! Come ha detto ieri Piero Cipollone nella sua
intervista a questo giornale, il test d'italiano alla fine della terza
media esiste già da tre anni, lo ha creato e lo segue l'«Invalsi», che lui
dirige.
Dunque il mio sogno di un Pronto Soccorso Linguistico per i
giovani non più parlanti-leggenti-scriventi è prossimo ad avverarsi: già a
settembre tutti i ragazzi potrebbero accedere ai Nuovi Licei corredati di
scheda-test con punteggio, e venir quindi adeguatamente iscritti d'ufficio
alla cura intensiva di grammatica italiana. Meraviglioso!
Aspettiamo soltanto la risposta (e l'impegno finanziario) del
ministro: ma come potrebbe non piacerle l'idea di contribuire a
ripristinare, presso i giovani, l'uso della parola? E, visto che è la
scuola del passato (ovvero degli ultimi vent'anni) responsabile in gran
parte dell'attuale sfascio linguistico, potrebbe, il ministro, pensare a
una scuola del futuro, veramente nuova e rivoluzionaria, dove per esempio
si ribadisse con estrema energia e determinazione che la lingua italiana
s'ha da insegnare, e anche bene! Sarebbe davvero una rivoluzione. E non
certo «un ritorno alla scuola del buon senso antico» come ha scritto
Massimo Maccio
nell'editoriale
dei lettori del 22/2.
A proposito, qualcuno mi spiega perché mai quando diciamo che
bisogna imparare l'ortografia e la grammatica c'è sempre chi si leva a
dire che siamo maledettamente rétro? Perché sapere bene la propria lingua
è considerata cosa antiquata e reazionaria? Codesti paladini del Nuovo
intendono forse il futuro come un mondo popolato da gente incapace di
parlare e di capire quel che legge? Maccio scrive che tornando a quella
scuola del passato che insegnava la grammatica dimenticheremmo «chi in
quella scuola si perdeva per strada». Ma davvero pensiamo ancora questo?
Davvero, per salvare i ragazzi socialmente svantaggiati, vogliamo una
scuola così bassa, che insegni male e poco e quasi più niente la nostra
lingua, perché così saranno tutti promossi, nessuno si perderà per strada
e l'Italia potrà scalare la hit parade del cosiddetto successo formativo?
Ma non dovrebbe essere esattamente il contrario? O stiamo forse parlando
di un altro successo, quello ai provini del Grande Fratello, come con
ironia magistrale suggerisce Giancarlo Molinari nelle Lettere al Direttore
del 23/2? Io credo che, proprio non insegnando seriamente i fondamenti, ci
perderemo i giovani per strada, e primi fra tutti proprio i ragazzi
svantaggiati, che non hanno alle spalle famiglie che l'italiano glielo
hanno insegnato fin dalla culla!
E poi, suvvia, possibile che non si capisca che quando
parliamo di capacità linguistiche, quando parliamo di conoscenze
grammaticali, noi vogliamo parlare della capacità di pensare? E' questo
che ci pare oggi seriamente compromesso: la strutturazione del pensiero in
una forma logica, la sua organizzazione e dunque espressione. Parlare
infatti (e quindi leggere e scrivere) vuol dire appunto questo: essere in
grado di esprimere con le parole i pensieri che ci attraversano, di
metterli in ordine, in un ordine logico. Nessun concetto posso esprimere,
se prima non lo strutturo e organizzo. Per questo è così importante sapere
la propria lingua e insistiamo così tanto perché a scuola torni a essere
il fine fondamentale: perché la parola è logos, non certo perché siamo
ossessivamente innamorati degli apostrofi, o del complemento oggetto, o
del congiuntivo. Anzi, ci siamo anche un po’ stufati di essere presi per
gli apostoli dell'ortografia. L’ortografia per noi è solo l'inizio di una
costruzione, che deve partire dall’infanzia: la costruzione del pensiero.
L'ha detto benissimo Rossi-Doria nel suo articolo del 22/2: se si perde la
lingua, «si perde la logica, il saper ragionare»; se cade il congiuntivo,
manca «la capacità di costruire ipotesi»; se non sopravvive la
punteggiatura e l'uso dei connettivi (come infatti, mentre, tuttavia…)
«muore l'argomentazione».
Un popolo che perde la parola, perde la ragione. Prima ancora
che la sua storia.
E' per questo che spero che il ministro sia d'accordo e
voglia al più presto stanziare qualcosina per curare subito i guasti che
abbiamo prodotto, nonché affermare con forza (magari con una bella riforma
della scuola primaria) quanto sia opportuno fare al meglio ortografia e
grammatica. E anche calligrafia, già che ci siamo: quello star chini su un
foglio a disegnar letterine, a cercar di poggiarle giuste sulla riga, e
andar dritto e chiudere perfettamente il tondo delle a con la stanghetta
bella arcuata sul fondo, be', potrebbe fare un gran bene ai nostri
ragazzi, penso sia il primissimo passo per un’educazione a quelle doti di
concentrazione, organizzazione, esattezza che, come sappiamo, presiedono
all’atto del pensare.
E smettiamo di chiederci se tutto ciò sia vecchio o nuovo: va
fatto e basta. Come ha detto Mario Calabresi nella sua risposta ai lettori
del 23/2, si può conoscere benissimo la lingua italiana e navigare come un
mago tra i marosi di Internet e Facebook.
Paola
Mastrocola
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